Giugno Antoniano Reatino | Sito Ufficiale della Pia Unione Sant'Antonio di Padova di Rieti
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LA PIA UNIONE SANT’ANTONIO DI PADOVA DI RIETI RENDE OMAGGIO ALLA MEMORIA DI PADRE ENZO PAOLO MARIA POIANA, OFM CONV., RETTORE DELLA PONTIFICIA BASILICA DEL SANTO DI PADOVA.

NE RICORDA LA BELLISSIMA PRESENZA ALLA RECENTE EDIZIONE DEL GIUGNO ANTONIANO REATINO, LE ELEVATE PAROLE RIVOLTE ALLA MOLTITUDINE DEI PRESENTI IN SAN FRANCESCO, LA GIOIA DI AVER CONOSCIUTO I FESTEGGIAMENTI DI RIETI IN ONORE DI SANT’ANTONIO DI PADOVA.

LO AFFIDA AL SIGNORE, PER INTERCESSIONE DI SANT’ANTONIO DI PADOVA, ASSICURANDOGLI LA CORALE PREGHIERA DELLA COMUNITA’ ANTONIANA DI RIETI.

IL CONSIGLIO DIRETTIVO 

VITA DEL SANTO

SANT’ANTONIO DI PADOVA

CENNI BIOGRAFICI

Sant’Antonio nacque in Portogallo, a Lisbona, probabilmente il 15 agosto 1195.

Era figlio di nobili e fu battezzato con il nome di Fernando.
Trascorse i primi anni di formazione sotto la colta guida dei canonici del Duomo. Tra i suoi compagni di studi, vi erano anche ragazzi già orientati alla scelta del sacerdozio. Molto probabilmente anche da qui ebbe origine l’aspirazione del giovane Fernando a scegliere il servizio sacerdotale. Ma soprattutto furono la mediocrità morale, la superficialità e la corruzione della società a spingerlo ad entrare nel monastero agostiniano di São Vicente, fuori le mura di Lisbona, per vivere l’ideale evangelico senza compromessi.
Fernando dimorò a São Vicente per circa due anni.

Poi, infastidito dalle continue visite degli amici, con i quali più nulla aveva a che spartire, chiese di essere spostato altrove, sempre all’interno dell’Ordine agostiniano. Antonio si trasferì a Coimbra, allora capitale del Portogallo, dove sarebbe convissuto dal 1212 al 1220. Furono anni importantissimi per la formazione umana e intellettuale del Santo, il quale poteva fare affidamento su valenti maestri e su una ricca e aggiornata biblioteca. Fernando si dedicò completamente allo studio delle scienze umane e teologiche: da Coimbra ne uscì uomo maturo.

La sua cultura teologica, nutrita di Bibbia e di tradizione patristica, aveva raggiunto uno stadio pressoché definitivo.

A Santa Cruz, Fernando fu ordinato sacerdote, probabilmente nel 1220. Anche per lui venne disattesa la norma ecclesiastica che fissava a un minimo di 30 anni l’età per avere accesso al sacerdozio.

Poi, Fernando chiese ed ottenne di lasciare i Canonici regolari di sant’Agostino per abbracciare l’ideale francescano. Non è certo se abbia conosciuto personalmente i primi francescani approdati in terra lusitana. Di certo ne sentì parlare, ne subì il fascino.
Nel settembre 1220, Fernando lascia i bianchi panni di agostiniano per rivestirsi della grezza tunica di bigello e una corda ai fianchi.

Per l’occasione, abbandona anche il vecchio nome di battesimo per assumere quello di Antonio, l’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antao dos Olivãis presso cui vivevano i francescani.

Dopo un breve periodo di studio della regola francescana, Antonio parte alla volta del Marocco. Arrivato nei territori del Miramolino, a Marrakesh quasi sicuramente, fu accolto in casa di qualche cristiano, ivi residente per ragioni di commercio o altro. Volendo rivolgersi ai musulmani, il Santo doveva conoscere correntemente la lingua araba, cosa non ardua per un lisbonese dell’epoca, oriundo di una zona bilingue. Antonio non poté dare corso al suo progetto di predicare perché contrasse una non meglio specificata malattia tropicale. Per recuperare almeno in parte la salute, decise di ritornare in patria, senza però abbandonare il suo ideale di martirio.

Fu dunque costretto a ritirarsi dal Marocco, prendendo a ritroso la via del mare.
A causa di un’imprevista violenza dei venti contrari, la nave fu trascinata fino alla lontana Sicilia. Antonio, che le tradizioni raccontano essere sbarcato a Milazzo (Messina), era uno sconosciuto fraticello straniero, giovane e senza incarichi di governo, fisicamente provato. La sua convalescenza siciliana durò circa due mesi. Informato dai confratelli siciliani, Antonio lasciò la Sicilia.

Risalì la penisola per prendere parte al capitolo generale – detto delle Stuoie – celebrato in Assisi dal 30 maggio all’8 giugno del 1221. Quando furono partiti quasi tutti i conventuali, Antonio fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna.

Saputo che il giovane frate era anche sacerdote, lo pregò di seguirlo: Antonio giunse a Montepaolo nel giugno 1221.

Durante questo periodo il Santo poté maturare la sua vocazione francescana, approfondire l’esperienza missionaria bruscamente interrotta, rinvigorire l’impegno ascetico, affinarsi nella contemplazione. Avendo visto che uno dei compagni aveva trasformato una grotta in una cella solitaria, gli chiese con insistenza che la cedesse a lui. Il buon fratello accondiscese all’appassionato desiderio del giovane portoghese. Cosi tutte le mattine, compiute le preci comunitarie, Antonio si affrettava alla volta della sua grotta (ancor oggi devotamente conservata) per vivere solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in prolungate letture della Bibbia e riflessioni. Solo per le ore canoniche e per i pasti si riuniva ai confratelli.

Antonio si accorse che i suoi fratelli d’ideale coniugavano preghiera e servizio reciproco, così contribuì tenendo pulite le povere stoviglie di cucina e spazzato la casa.

Nel settembre 1222 si tenevano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani.
Prima che il drappello degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, si era soliti rivolgere un sermone ai candidati. Ma nessuno era stato incaricato preventivamente e, pertanto, i sacerdoti domenicani o minoriti presenti non si erano preparati.

Il superiore di Montepaolo conosceva bene le doti di Antonio. L’interpellato tentò di schermirsi. Di fronte alle insistenze del superiore piegò il capo e prese serenamente la parola. Man mano che il discorso si dipanava in sonante latino, le espressioni si facevano più calde e suadenti, originali ed emozionanti. Sant’Antonio inizia così la sua missione di predicatore in Romagna.

Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice. Attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie. Proprio a Rimini, nel 1223, ebbe luogo l’episodio riportato dalla tradizione, secondo il quale sant’Antonio vinse la testardaggine di un eretico che non voleva credere nella presenza reale di Cristo nell’Eucarestia. Dopo la rivelazione di Forlì e dopo che per invito dei superiori fu inviato a predicare nelle città e villaggi della Romagna, sul finire del 1223 ad Antonio viene chiesto anche di insegnare teologia a Bologna. Per due anni, fino all’età di 31 anni circa, come teologo insegna le basilari verità di fede al clero e ai laici, attraverso un metodo semplice ma efficace.

Partiva, cioè, dalla lettura del testo sacro per giungere ad una interpretazione che interpellasse e parlasse alla fede e alla vita dell’uditorio.

Sant’Antonio sarà, dunque, il primo insegnante di teologia del neonato ordine francescano, il primo anello di una catena di teologi, predicatori e scrittori, che nei secoli diedero e danno onore alla Chiesa.
Francesco d’Assisi, tuttavia, non voleva che i suoi frati si dedicassero allo studio della teologia: questa indicazione fu riportata anche nella regola di vita.

Ma per Antonio, viste la sua solida fede e la sua integrità morale, fece una eccezione concedendogli di insegnare ai suoi frati. E’ ormai largamente provata, in sede critica, la sostanziale autenticità della breve lettera fattagli pervenire dal Poverello: «Al fratello Antonio, mio vescovo, auguro salute. Approvo che tu insegni teologia ai frati, purché, a motivo di tale studio, tu non smorzi lo spirito della santa orazione e devozione, come è ordinato nella Regola. Stà sano». Una delle preoccupazioni che portavano san Francesco a guardare con diffidenza allo studio, era rappresentata dal divario che egli notava, fra quanto la cultura teologica insegnava e come diversamente lo si viveva.

Tra i contemporanei e nelle generazioni immediatamente successive, il Santo fu ritenuto maestro di sapienza cristiana, biblista impareggiabile, autore di opere insigni.

Tutta la curia romana ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del Testamento.

Nel 1226 Antonio fondò il convento francescano di Limoges, essendosi recato in Francia per contribuire nella lotta contro l’eresia degli albigesi. Fin dal gennaio 1217, papa Onorio III aveva, infatti, esortato i professori di teologia di Parigi a recarsi in mezzo agli albigesi. Antonio fu inviato, probabilmente con un drappello di minoriti, come rinforzo qualificato, e ciò per suggerimento della direzione centrale dell’Ordine, sensibilizzata al problema sia dai frati già residenti nella zona, sia dalle pressioni della curia papale. Troveremo Antonio insegnante di teologia e predicatore a Montpellier, ragguardevole centro universitario e roccaforte dell’ortodossia cattolica, dove domenicani e francescani ricevevano adeguata formazione pastorale-intellettuale per predicare agli eretici sparsi nei territori circostanti.

Il fatto è certo, ma dubbia è la data.

Lo storico Tommaso da Celano ricorda come frate Giovanni da Firenze, eletto da Francesco ministro dei minoriti di Provenza, celebrò un’assemblea capitolare, durante la quale Antonio dettò un fervido sermone sulla Passione di Cristo. Mentre egli parlava, frate Monaldo vide alla porta della sala dove erano riuniti “il beato Francesco sollevato in aria con le mani estese a forma di croce, in atto di benedire i suoi frati“. Sant’Antonio svolse il suo sermone sul mistero della Crocifissione di Cristo, in particolare sulla iscrizione Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv. 19,19).

L’apostolato itinerante di Antonio non poteva non echeggiare in un emporio di ideologie quale Tolosa. E’ più che probabile che in questa roccaforte del neomanicheismo, il Taumaturgo abbia anche insegnato teologia ai frati. Attorno al 1226 Antonio si sposta più a nord e torna nei pressi di Limoges. Limoges rimane nella storia del Santo come uno dei centri più significativi. Egli rivestì infatti l’incarico di custode (superiore) dei francescani della città e del circondario. L’anno 1226 vedrà Antonio sostare anche a Brive e, nella sua veste di custode dei frati minori, fondare un convento. Qui il Santo trovò la pace dell’ascesi e della meditazione, per ristorarsi delle snervanti predicazioni, ritirandosi volentieri in alcune grotte appena fuori il borgo cittadino. Qui si dedica alla penitenza e alla contemplazione. Dopo la sua morte, il suo ricordo rimarrà sempre vivo tra gli abitanti di Brive. Le grotte che egli frequentò sono divenute un luogo di pellegrinaggio.

Brive è da allora, pur tra qualche difficoltà, il centro nazionale della devozione antoniana in terra francese.

Gli agiografi antoniani fissano il ritorno in Italia in occasione del capitolo generale, tenuto in Assisi per la Pentecoste 1227, il 30 maggio.

San Francesco morì la sera del 3 ottobre 1226: l’assemblea doveva quindi dare all’Ordine un nuovo ministro generale. Probabilmente dal 1227 al 1230, alle già numerose incombenze, si aggiunse anche l’incarico di ministro provinciale del nord Italia, Romagna inclusa. Nella sua attività di ministro provinciale dell’Italia settentrionale, Antonio si seppe mantenere fedele al carisma di san Francesco inserendolo nella complessa mutevole realtà dei tempi e luoghi. Con le strutture gerarchiche coltivò rapporti da vero cattolico, evitando conflitti e alimentando un clima di concordia. Ne è prova la partecipazione personale del vescovo di Padova alla quaresima antoniana del 1231, come non è un caso che la canonizzazione lampo del Santo non sia stata inceppata da alcuna protesta o riserva.

Un secondo obiettivo dell’azione pastorale di Antonio si riproponeva di armonizzare l’attività del neonato ordine francescano con quella dei vecchi Ordini religiosi. Conservò anche un rapporto di intesa cordialità con gli antichi confratelli agostiniani. Facendosi francescano, Antonio non intese fare un taglio col passato, anzi, mantenne tutto quello che di valido aveva ricevuto e amato: non per nulla il suo rapporto amicale più intenso fu, durante gli anni italiani, quello coltivato con il parigino Tomaso di san Vittore, abate di Sant’Andrea in Vercelli.

L’Assidua, prima biografia di sant’Antonio, afferma che Antonio scrisse i suoi Sermones per le domeniche durante un suo soggiorno a Padova, dove frattanto nacque un profondo vicendevole affetto tra gli abitanti e lui. Fu in occasione del capitolo generale del 1230, avvenuto durante la traslazione delle spoglie di Francesco nella nuova basilica eretta in suo onore, che frate Antonio da Lisbona fu liberato dagli incarichi di governo dell’ordine.

Per la grande stima che godeva presso i responsabili dell’Ordine minoritico, gli fu conferito il nuovo incarico di “Predicatore generale“, con la facoltà di recarsi liberamente dovunque ritenesse opportuno, e prescelto, con sei altri confratelli, a rappresentare l’Ordine presso papa Gregorio IX.

Durante il soggiorno, prolungatosi parte a Roma, parte ad Anagni, Antonio si fece conoscere in altissimo loco per la eminente santità e la straordinaria scienza biblica.

A Padova, Antonio fece un paio di soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il 1230; il secondo, fra il 1230 e il 1231, durante il quale venne precocemente a morte.
Il missionario Antonio non trascorse nella sua patria di elezione che un anno.

I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale. E ancora: la città euganea interessava vivamente Antonio per la sua università. Egli aveva un debole per i centri di alti studi.

Di sermone in sermone si dilatava la fama di quanto stava accadendo a Padova, provocando un continuo accrescersi dell’uditorio. Una folla incessante si assiepava intorno al suo confessionale. Era impossibile farvi fronte, sebbene dei confratelli sacerdoti e una schiera di presbiteri della città cercassero di alleggerirgli tale fatica. Non gli restava che aspettare il deflusso dei penitenti al calar della sera.

L’Assidua informa ancora che si rassegnava a rimaner digiuno fino al tramonto. Alcuni accorrevano al sacramento della penitenza, dichiarando che un’apparizione li aveva spinti alla confessione e a mutar vita.

Antonio intervenne anche a modificare la legislazione comunale di Padova. Si trattava di uno statuto relativo ai debitori insolventi, datato 17 marzo 1231, lunedì santo.
Diversi i motivi per cui Antonio si ritirò successivamente nel romitorio di Camposampiero. Dopo l’intenso, sfibrante lavoro della quaresima e del periodo pasquale, le forze del Santo erano pressoché esauste. Bisognava sospendere la predicazione e la disponibilità per chi veniva a confessarsi o consigliarsi, allo scopo di lasciar libera la gente per attendere alle occupazioni rurali, essendo imminente il tempo della mietitura.

Possiamo ipotizzare che il suo soggiorno a Camposampiero sia durato 25 giorni.

Nella tarda primavera del 1231, Antonio fu colto da malore. Deposto su un carro trainato da buoi venne trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire. Giunto però all’Arcella, un borgo della periferia della città la morte lo colse.

Spirò mormorando: «Video Dominum meum», mentre cantava l’inno a Maria «O gloriosa Domina».

Era il venerdì 13 giugno 1231: aveva 36 anni.

Subito sciami di bambini di Padova corsero ad annunciarne la nascita al cielo, nonostante il richiesto riserbo che i frati volevano, per evitare tumulti e assembramenti di popolo.

Il Beato Antonio venne sepolto a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini – rifugio spirituale del Santo nei periodi di intensa attività apostolica – il martedì 17 giugno 1231.

Al compiersi dell’anno dopo la sua morte, la fama dei tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo il 30 maggio 1232, a soli 11 mesi dalla morte, nel Duomo di Spoleto.

Questa canonizzazione è considerata la vera ‘scintilla‘ del culto antoniano dei reatini verso il Santo, in quanto la cerimonia venne originariamente fissata proprio nel Duomo di Rieti: gli stessi emissari della città di Padova giunsero a Rieti per impetrare a Gregorio IX (che da Cardinale era stato anche Vescovo di Rieti nel 1214) l’attesa canonizzazione.

I reatini accolsero con una fiaccolata la delegazione patavina e, processionalmente e invocando al beato Antonio, si portarono al Palazzo Papale ove furono accolti dal Pontefice che, a sua volta, confermò la volontà di canonizzarlo.

Ma le vicende dell’epoca costrinsero Gregorio IX a trasferirsi nella cittadina umbra e i reatini, dapprima reagirono con una serie di processioni notturne che sembrarono di autentica protesta. Poi, anche per l’intervento di alcuni esponenti della chiesa di Roma nonchè di Giovanni, Vescovo di Rieti dell’epoca, quella che fu l’iniziale processione di…protesta, divenne una sorta di ‘sana rivincita‘ contro Spoleto (e la stessa scelta papale) e Rieti si trasformò ben presto in uno dei luoghi nazionali più rilevanti per il culto di Antonio di Padova.

La più importante ricognizione e traslazione del corpo di Sant’Antonio di Padova avvenne l’8 aprile 1263, quando, terminata una fase decisiva della costruzione della nuova chiesa, si procedette a trasferirvi il venerato corpo.

San Bonaventura da Bagnoregio, allora superiore generale dei francescani, presiedette la cerimonia. Nell’esaminare i sacri resti, prima di riporli in una nuova cassa di legno, si accorse che la lingua del Santo era rimasta incorrotta.

A tale scoperta Bonaventura esclamò: «O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e l’hai fatto benedire dagli altri, ora si manifestano a tutti i grandi meriti che hai acquistato presso Dio».

Un’altra traslazione sicura avvenne il 14 giugno 1310, allorché, ultimata la nuova cappella dedicata al Santo, all’estremità sinistra del transetto, le sacre spoglie vi furono solennemente trasportate.

Il 14 febbraio 1350 il cardinale Guido de Boulogne venne a Padova per sciogliere un voto al Santo (era stato guarito dalla peste nera) e per donare un prezioso reliquiario in cui fu posto il mento (meglio, la mandibola) del santo.

Da quel giorno nessuna manomissione fu effettuata all’Arca.

Il 16 gennaio 1946 Papa Pio XII, con il Breve Apostolico «Exsulta, Lusitania felix» proclamò ufficialmente Sant’Antonio di Padova, Dottore della Chiesa, attribuendogli il titolo di “Doctor Evangelicus”.

 

Principali date della Vita di Sant’Antonio di Padova

1.   il 15   agosto 1195 nasce a Lisbona
2.  nel 1220 lascia gli Agostiniani per diventare Frate minore, assumendo il nome di Antonio in onore di Sant’Antonio Abate, patrono e icona degli eremiti
3.   nel 1221   ad Assisi prende parte al Capitolo delle Stuoie, presieduto da San Francesco d’Assisi (ma non si incontrano)
4. nel 1223   insegna teologia a Bologna su mandato dello stesso Francesco d’Assisi
5.   nel 1226   fonda il convento francescano di Limoges
6.   nel 1227   ritorna in Italia
7. nel 1230 viene nominato Predicatore generale dell’Ordine
8.   il 13 giugno 1231 muore ad Arcella (Padova)

9.   il 30 maggio 1232 è canonizzato a Spoleto

 

Luoghi di elezione antoniani

- Portogallo: Lisbona, Sao Vicente, Coimbra, Santa Cruz
- Marocco: Marrakesh

- Francia: Limoges, Montpellier, Tolosa, Brive
- Italia: Milazzo (ME), Assisi (PG), Roma, Anagni (FR), Montepaolo (FC), Bologna, Padova


PIA UNIONE

La Pia Unione Sant’Antonio di Padova

«Uno spirito profondamente religioso è sviluppato da tempo nel popolo di Rieti, che racchiude in sé innumeri monasteri e conventi, chiese e oratori; e fin dal XV secolo ritroviamo in essa sagre e festività tuttora esistenti. Grande è la devozione per la giovane martire di Nicomedia; grande la venerazione per la Madonna del Popolo, ma la vera passione che esalta oltremodo tutti indistintamente, quasi da raggiungere forme ed espressioni di fanatismo, è per Sant’Antonio di Padova, il battagliero ed animoso frate che fu uno dei primi seguaci del Serafico, nato a Lisbona nel 1195 e morto a Padova a solo trentasei anni; la scienza di questo francescano era vastissima, onde giustamente Papa Gregorio IX lo chiamò ‘Arca del Testamento’. Come un culto così vivo sia nato nella città della Sabina e come vi sia stata nutrita per secoli la devozione è invero ammirabile cosa. Le prime notizie della grande processione che sogliono fare la domenica successiva al 13 di giugno tutti i fedeli, in onore di questo Miracoloso, risalgono alla seconda metà del ‘400, e questa tradizione costantemente è sempre stata adempiuta, né le guerre, né le funeste vicende, né le lotte civiche hanno mai interrotto la celebrazione solenne del Taumaturgo. Anzi coll’andare degli anni, col crescere delle generazioni, il culto si è via via più ingrandito e diffuso, si è maggiormente quasi radicato nel profondo del sangue; nelle campagne in ispecie e nei suoi sani figli è custodito con santità semplice e pura, e l’Icone sacra fu a poco a poco tutta coperta di doni votivi e di gemme offerte, tutta inghirlandata di ceri ardenti…».
Basterebbero queste parole di Venanzio Varano della Vergiliana, datate 1923, a sintetizzare l’affetto e la devozione dei reatini per Sant’Antonio di Padova, nati storicamente nei giorni della canonizzazione del Taumaturgo (era morto il 13 giugno 1231), prevista proprio a Rieti dove si trovava la corte di Papa Gregorio IX (l’indimenticato Cardinale Ugolino d’Anagni).
I padovani erano giunti a Rieti per chiedere al Pontefice di procedere alla canonizzazione del ‘loro Antonio’: e questa venuta in terra sabina fu salutata dai reatini stessi con un’accoglienza degna della motivazione stessa.
Una fiaccolata si dipanò per le vie di Rieti, inneggiando e salmodiando a Dio per il dono di un grande Santo fatto al popolo, padovano certamente ma, soprattutto, al Popolo della Chiesa del tempo, per giungere al Palazzo dove ad attenderla vi era proprio Gregorio IX che sciolse ogni dubbio, confermando l’imminenza della canonizzazione del ‘beato Antonio’.
Poco importa se poi sarà Spoleto, il 30 maggio 1232, ad ospitare la cerimonia del suo innalzamento agli onori universali degli altari: a Rieti il germe della devozione Antoniana era ormai gettato, sebbene le prime reazioni alla scelta di Spoleto quale luogo della canonizzazione non  furono di accoglienza ‘benevola’. Ma le processioni di protesta per questa scelta lasciarono subito spazio a quelle più canoniche di esaltazione della figura di Sant’Antonio di Padova. Nè sarà inutile rammentare come non ci siano tracce del passaggio di Antonio a Rieti: eppure, gli eventi che sottostanno alla canonizzazione dettero subito frutti copiosi, giunti fino ai giorni nostri.
Un primo importante segno: la costituzione di un nucleo di una PIA UNIONE di devote e devoti del Santo, che intendevano riunirsi insieme dai primi di giugno per giungere alla festa del giorno 13, quale coronamento di questo itinerario di affidamento a Sant’Antonio di Padova.
Lo stesso Venanzio Varano della Vergiliana aggiungerà: «Esiste da remota origine una confraternita locale detta dei ‘Fratelli di Sant’Antonio’ in cui ogni fratello inscritto si obbliga a dei doveri morali ed anche, in certo senso materiali, poiché l’Icone del Taumaturgo è recata, in processione per tutto il lunghissimo percorso, sulle spalle di dodici (oggi sedici, ndr) fratelli che a turno sostengono la grave fatica. Qualche giorno prima si estraggono a sorte fra tutti, che tutti vorrebbero essere i prescelti, i nomi di coloro che dovranno essere gli eletti, e ne estraggono ancora altri due in più che saranno i portatori dei due colossali ceri precedenti la Macchina. Ogni fratello veste il nero sacco e va in processione con un cero acceso nella mano, sotto il manto dell’umiltà e della fede: egli è venuto dalla campagna lontana in sul mattino, e si è recato a pagare il suo obolo e a ricevere cioccolato e limonata, biscotti e ciambellette, ma prima ancora di adempiere i suoi doveri umani, egli si è inginocchiato ai piedi del Signore e ha fatto ammenda del suo peccare e si è nutrito del Divino Pane. Il più gran numero dei ‘Fratelli di Sant’Antonio’ proviene dalla campagna, dove il cuore impara naturalmente la luce della Creazione e la vita oltre mirabile dello spirito, dove l’animo viene ingentilito e fiorito di immagini soavi e di sorrisi fecondi e buoni nelle fruttificazioni meravigliose e semplici della natura che li circonda e li tempra».
Origini, dunque, semplici quelle del culto Antoniano a Rieti; semplici quanto legatissime alle regole della Chiesa di ogni tempo. Così quella radice di Pia Unione del 1232 attraverserà i secoli fino ad arrivare, ad esempio, al 1574, anno nel quale si trovano i primi, importanti e concreti, dati sulla vitalità di questo sodalizio che aveva già la sua sede: la CHIESA DI SAN FRANCESCO. E la prima cappella della navata centrale, sulla sinistra, era proprio quella dedicata a Sant’Antonio di Padova.
Una chiesa, quella di San Francesco, fatta erigere da Papa Innocenzo IV Fieschi nel 1245 (e così nel 2015 si è celebrato il 770° anniversario della bolla pontificia di edificazione): la prima in ordine cronologico ad essere costruita dopo quella in onore del Serafico Padre Francesco in Assisi, e affidata anch’essa all’Ordine dei Frati Minori Conventuali.
La Pia Unione Sant’Antonio di Padova di Rieti giungerà fino al 1739 con tutto il suo carico di storia, di onori e di non sempre facili vicende interne: in quella data, Papa Clemente XII ne decretò lo scioglimento, incamerando i beni per devolverli al costruendo Orfanotrofio di Narni. Fu sciolta la Pia Unione ma non certo archiviato il culto per Sant’Antonio di Padova perché la sua devozione rimase intatta e si facevano continue opere caritative in suo onore, azioni liturgiche di popolo, compresa la Processione con l’Icona del Taumaturgo.
Finché nel 1812 essa rinacque e sempre nella Chiesa di San Francesco, dotandosi di uno Statuto provvisorio. Solo nel 1858 fu emanato il nuovo Statuto, con il prezioso apporto del Ministro Generale dei Frati Minori Conventuali e l’approvazione canonica del Vescovo di Rieti dell’epoca, il ferrarese Gaetano Carletti.
Le vicende della storia ci permettono di giungere ai giorni nostri con l’immagine nitida di una Pia Unione Sant’Antonio di Padova quale motore insostituibile per l’organizzazione del GIUGNO ANTONIANO REATINO, la manifestazione che impegna tutto il mese di Giugno e che culmina da sempre con la imponente e solenne PROCESSIONE DEI CERI con la Macchina del Santo portata a spalla lungo le vie cittadine; di una Pia Unione quale sodalizio vivo e in linea con gli indirizzi della Chiesa, universale come locale. Nel 1996 lo Statuto unionale del 1858 fu revisionato dall’allora Vescovo diocesano, l’aquilano Giuseppe Molinari, che concesse alla Pia Unione Sant’Antonio di Padova stessa anche il riconoscimento canonico di Associazione Pubblica di fedeli. In esso statuto, venne riconfermato che la Pia Unione Sant’Antonio di Padova è deputata all’organizzazione del GIUGNO ANTONIANO REATINO, delle celebrazioni in onore del Serafico Padre San Francesco d’Assisi e della Beata Vergine Immacolata Concezione (patrona del sodalizio dall’anno di promulgazione dello Statuto del 1858), mentre partecipa anche con diretta responsabilità alle Processioni della Madonna del Popolo e del Corpus DominiSuccessivamente, sotto l’episcopato del fanese Delio Lucarelli, la Pia Unione Sant’Antonio riceverà pari riconoscimento giuridico civile e dal 1°gennaio 2012 un nuovo Statuto, in linea con gli indirizzi dell’apposito Ufficio nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, i quali, nel ribadire i principali campi di animazione, legittimano a pieno titolo la Pia Unione quale componente attiva della stessa pastorale diocesana, a cui offrirà evidenti e costanti segni di preziosa collaborazione nei diversi settori di riferimento, tuttora in essere.

Durante l’anno, la Pia Unione provvede alla manutenzione della Chiesa di San Francesco.

Nel corso degli anni, si è fatta carico di vari restauri: l’altare ligneo e il tetto della cappella in onore di Sant’Antonio, del Crocifisso settecentesco dorato, del tetto dell’ex cappella di Santa Chiara, dell’acquisto dell’impianto di amplificazione per la Processione dei Ceri, dell’impianto di allarme e dell’elettrificazione delle campane.  Ciò testimonia, altresì, la ‘cifra’ di una Pia Unione che, anche sul versante civile, si caratterizza interlocutrice qualificata nel dialogo con le pubbliche amministrazioni che si sono succedute e si succedono a Rieti. Prova prìncipe iniziale, a mò di esempio, ne sia l’atto del 13 gennaio 1898 con cui il Comune di Rieti deliberò la cessione dell’uso della Chiesa di San Francesco attraverso la stipula di un contratto d’affitto, tuttora vigente, che ha comportato e comporta l’accollo della manutenzione ordinaria e del decoro dell’immobile nei confronti della stessa Pia Unione, sotto la costante vigilanza dell’Autorità proprietaria, oggi il Prefetto pro-tempore di Rieti, per conto del Fondo Edifici Culto del Ministero dell’Interno. E in concomitanza con il rinnovo degli Organismi direttivi della Pia Unione, nel 2012 si è costituito il Comitato Cittadino per la valorizzazione della Chiesa di San Francesco che, in costante raccordo con il Prefetto di Rieti e le Soprintendenze competenti, e in sinergia con lo stesso sodalizio Antoniano, intende «realizzare iniziative tendenti a restituire alla Chiesa francescana la sua maestosità, ma soprattutto procedere a una ricerca storica del monumento, con tutte le azioni finalizzate al recupero delle preziose opere d’arte ad essa appartenenti» (e oggi conservate nella Pinacoteca diocesana). Nel marzo 2016, per impulso del Vescovo di Rieti, Domenico Pompili, è stato costituito un tavolo tecnico permanente, formato da esponenti dell’Ufficio Territoriale del Governo, delle Istituzioni, della Fondazione Varrone e della stessa Pia Unione Sant’Antonio di Padova per individuare ulteriori e maggiormente qualificate piste di intervento per il restauro progressivo della Chiesa di San Francesco.

La Pia Unione ogni anno devolve in beneficenza tutto il ricavato delle offerte del pane di Sant’Antonio: offerte per lo più destinate ad Associazioni impegnate nella cura delle persone svantaggiate e dei più deboli.

Oggi la Pia Unione Sant’Antonio è costituita da una Assemblea di ascritti che si riunisce ordinariamente due volte l’anno e in occasione del GIUGNO ANTONIANO REATINO, nonché delle principali feste del sodalizio.
Nel 2012 libere elezioni hanno portato alla costituzione di un nuovo Consiglio Direttivo, guidato dal Cappellano (attualmente Don ROBERTO D’AMMANDO del clero diocesano) in qualità di Delegato Vescovile.

 

Questo il CONSIGLIO DIRETTIVO in carica:

 

OFFICIALI

Marino FLAMMINI, Priore;

Enzo CIOGLI, Vice Priore;

Valentino IACOBUCCI, Segretario;

Andrea MARTELLUCCI, Cassiere.

 

Inoltre,Giovanni FLAMMINI, Consigliere Provveditore e Capomacchina;

Fabrizio TOMASSONI, Consigliere addetto alle Relazioni esterne e alla Comunicazione;

Giuseppe AGABITI, Antonio ANTONINI, Enrico BERETTA, Mario BERNARDINI, Vincenzo BONCOMPAGNI, Alessandro BRUNELLI, Giuseppe CIARAMELLETTI, Antonio DE SANTIS, Carlo DONATI, Roberto FERRETTI, Vincenzino FORMICHETTI, Daniele FUSACCHIA, Umberto FUSACCHIA, Gianluca IACOBONI, Marco LAURETI, Antonio MARTINI, Giuliano SILVESTRI, Matteo VALERI.

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 GIUGNO ANTONIANO REATINO 2017

L’EDIZIONE DI SVOLGERA’

DA LUNEDI’ 12 A LUNEDI’ 26 GIUGNO 2017

FESTA

Giugno Antoniano Reatino 2016

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Da Terni: SS79
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Ente ecclesiastico civilmente riconosciuto e iscritto al n°96 del Registro Persone Giuridiche della Prefettura di Rieti

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